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03 April 2011

Meno male che Giuliano c'è

G. Ferrara- La diffamazione - Il Foglio 31 marzo 2011

Per molto tempo ho evitato di raccogliere i giudizi di Alexander Stille, collaboratore di Repubblica, e di polemizzare con lui. Ero amico di suo padre, il compianto Ugo Stille, che avevo conosciuto da ragazzo con mio padre nello studio di Pietro Ingrao presidente della Camera, e che avevo frequentato con piacere per anni nelle case degli amici romani e nel corso dei miei viaggi a New York e nei Berkshires, la campagna del Massachusetts dove aveva un buen retiro con sua moglie Elisabeth. Parlavamo spesso di una comune bella lettura, quella del filosofo ebreo, tedesco e americano Leo Strauss, e del più e del meno della politica nel mondo e in Italia.

Misha, questo era il vero nome del magnifico errabondo che era stato tra i liberatori del mio paese, fu un uomo intelligente e di mondo, che sapeva di politica e amava la vita. Non si può dire lo stesso di suo figlio, che al tempo in cui Berlusconi distrusse commercialmente la concorrenza della tv di Mario Formenton (Retequattro, vecchia Mondadori) e la rilevò per una bella sommetta, lavorava per i perdenti di allora (lui direbbe: prendeva lo stipendio da loro) e da quegli anni ha fatto della sua frustrazione un mestiere vendicativo, imputando a Berlusconi la sua sorte ria.

Stille senior a un certo punto sostituì Piero Ostellino alla direzione del Corriere della Sera, il giornale per cui lavoravo su raccomandazione di Alberto Ronchey come notista politico (ancora da praticante). Ostellino, che tiene tuttora la testa alta con il coraggio di un liberale non di pezza, era caduto sul lavoro in seguito a una feroce campagna di un altro sublime frustrato dell’establishment italiano, il molto successoso e sussiegoso Eugenio Scalfari, e di un gruppo di lobbisti milanesi che non tardò a riunirsi in un cenacolo intellettuale di prim’ordine, ospite fisso Antonio Di Pietro, negli anni del Terrore giustizialista. Tra di loro un famoso avvocato, Vittorio D’Aiello, il giornalista re della serie B, Enzo Biagi, e un rancoroso ex dipendente degli Agnelli, Giorgio Fattori. Stille direttore era nei pasticci. Ciriaco De Mita, in alleanza con Alessandro Natta, era in forte ripresa in quella seconda metà degli anni Ottanta caratterizzata dal duello con l’anticomunista e modernizzatore Bettino Craxi, che a me piaceva e che, con Lucio Colletti e altri pochi, consideravo il possibile federatore di una nuova sinistra riformista in Italia. L’establishment corrierista pensava di potergli chiedere bassi servigi. Uno di questi mi riguardava: dovevo essere cacciato via, l’ex comunista denunciato come un infame “convertito” da Claudio Magris doveva andarsene e smettere di scrivere quello che pensava, anzi di scrivere nel Corriere, punto. Misha invece mi propose di andare a Mosca come corrispondente negli anni della perestroika di Gorbaciov. Accettai e ricominciai a praticare il russo della mia infanzia, a lezione con Elka Ibba, fantastica moglie di un fantastico giornalista dell’Unità, presso l’Associazione Italia-Urss. Ma il comitato di redazione del Corriere, una specie di commissione sovietica di controllo sul quotidiano, mi tenne a Roma con la scusa banalmente corporativa che un praticante può fare il notista politico ma non il corrispondente da Mosca, non sta bene. Così, anche per aiutare Misha pressato dai lobbisti, decisi di passare a un contratto ex articolo 2, in un ruolo di collaboratore meno impegnativo, e cominciai la mia prestazione televisiva prima con il telegiornale di Antonio Ghirelli e poi con la Raitre di Angelo Guglielmi. A Misha piaceva la spavalderia con cui dicevo cose scandalose e portavo le mie bretelle rosse, era un sublime giocatore di poker, non un bacchettone da quattro soldi. Mi disse di scrivere una rubrica settimanale proprio con quel titolo, “Bretelle rosse”: assunsi l’inaudito status di titolare di una rubrica che prendeva il nome da un indumento personale esibito in televisione. Feci la mia parte, la rubrica diventò per molti anni, fino al 1996, una piccola oasi garantista nell’Italia del caso Tortora, che si avviava ad essere l’Italia della galera preventiva a scopo di delazione, dei suicidi di Moroni, di Cagliari e di Gardini, l’Italia della chiusura manu giudiziaria dei partiti che avevano firmato la Costituzione di cui i sepolcri imbiancati hanno sempre piena la bocca, infine anche l’Italia di Berlusconi.

Anche il figlio di Stille senior l’ho frequentato, con minore piacere psicologico e intellettuale date le sue fissazioni e frustrazioni puritane. Gli ho anche usato la cortesia di presentare uno dei suoi libri, scritti a dozzine per dimostrare che l’Italia di suo padre, quella di Andreotti e di Craxi, era un impasto di mafia e corruzione, tesi molto originale e argomentata con tecniche da bassa forza della subcultura di Repubblica, ma in versione anglofona. Una specie di affetto o di familiarità me lo ha fatto scambiare per un figlio infelice e nevroticamente parricida a cui dare una mano nei suoi rapporti con l’Italia incarognita che lo usava a mani basse. Sbagliavo.

Stille si sta rivelando un tipo ordinario e banale di diffamatore professionale. Ridimensionato a blogger da un giornale che dispone della nobiltà di un Franco Cordero o di un Francesco Merlo per gli attacchi sontuosamente barocchi a Berlusconi e del banalismo piatto di Saviano e di Alex Stille per quelli meno illustri, Stille junior mi ha dedicato ieri alcune notazioni cialtronesche in un suo viaggetto in Italia di cui ha riferito sul sito, direbbe lui, in cui è pagato dalla famiglia De Benedetti per cercare di sputtanare le persone invise con argomenti da trivio.

Questo ridicolo americano a Roma si è fidato di scrivere che, essendo stato creato ministro e portavoce del governo eletto della Repubblica nel 1994, dopo una storica cavalcata antigiustizialista e liberale dell’armata Berlusconi, io non avrei titolo per fare televisione nel servizio pubblico. Roba degna di un Beppe Severgnini e di altri incolti americanisti che non sanno o fingono di non sapere che nel paese di William Safire e di George Stephanopoulos e di molti altri il fatto di aver scritto i discorsi di Richard Nixon (Safire) o di essere stato nello staff della Casa Bianca con Bill Clinton (Stephanopoulos) è considerato servizio pubblico, ed è ironicamente un requisito per risultare interessanti nelle column sul New York Times o nelle trasmissioni televisive di punta dell’informazione politica.

Questo junior così poco Stille e così tanto Severgnini (altro frustrato della televisione di cui è inutilmente avido) parla di me con disprezzo come di uno stipendiato della famiglia Berlusconi, mentre io lavoro per dei giornali di tradizione, uno dei quali ho fondato con i miei amici sedici anni fa, e per i loro editori, come tutti i giornalisti italiani fanno, mi guadagno da vivere con il mio lavoro, pago le tasse, ho successo, ma non è colpa mia. Quanto allo stipendio, questo mozzorecchi dovrebbe sapere che è La7 che mi ha fatto ricco, ingaggiandomi (mediatore riluttante il mio amichetto Gad Lerner) con favolosi e giusti contratti, di cui Berlusconi apprese dalle agenzie di stampa, quando diventò terzo polo televisivo ed era posseduta da editori di sinistra (Colaninno, Pellicioli). Dovrebbe anche sapere che ho lasciato Otto e mezzo senza pretendere una lira di buonuscita, improvvisamente, per condurre una campagna di idee contro l’aborto agli inizi del 2008, ho rinunciato a due anni di contratto corrispondenti a 4 milioni di euro, ho finanziato di tasca mia, con l’aiuto di sottoscrittori che ancora ringrazio, una lista che si è gagliardamente battuta alla Camera contro tutti, e contro Berlusconi, raccogliendo la bellezza di 135 mila voti, simbolicamente e tragicamente corrispondenti al numero di aborti che si fanno ogni anno in questo paese. Dovrebbe sapere che sono stato linciato a Bologna e contrastato in modo degradante, con sassi, uova e bombe carta, nel corso dei miei incontri e comizi (può leggere il resoconto sul New York Times dell’epoca, il giornale su cui il junior scriveva pezzi noiosi e pedanti sull’istruzione nella provincia americana, e neanche il blogger ora gli fanno fare). Lo stipendio sarà un suo problema, non il mio che invitato a collaborare alla Rai ho chiesto meno della metà di quanto prendeva il lobbista Biagi, e vivevo tranquillo senza tv e con molta musica finché non hanno messo su al Palasharp una indecente crociata neopuritana, portando sul palco un bambino di tredici anni, figlio di un’avvocata del loro padrone, per esprimermi con il loro maleodorante turpiloquio abituale, a recitare la litania dell’odio contro il loro nemico assoluto. E mi sono incazzato, ed eccomi qui.

Dice questo junior che faccio campagne pubblicitarie per Berlusconi, invece io ragiono e mi assumo la responsabilità delle mie idee e delle mie partigianerie a viso aperto, non mi faccio difendere dai ragazzi di Locri e da magistrati alla De Magistris o alla Di Pietro, perché non sono un quattrinaro o un intollerante travestito da liberal, come capita di essere a molti di loro. E per adesso, quanto al nostro amico diffamatore, mi pare che basti. Ma potrei aggiungerne in futuro.


© - FOGLIO QUOTIDIANO

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