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20 April 2011

Non così il coro dei conformisti

I love Toni Capuozzo.

Una madre ha il diritto di piangere o non piangere, di essere orgogliosa di qualunque cosa, di riaffermare in quel feretro l’identità che ha segnato una vita, e dunque anche di pretendere che quel corpo non passi tra i suoi nemici di una vita. Non è il linguaggio della pace, questo, né quello della comprensione, ma il linguaggio di Vittorio Arrigoni non lo era mai stato e solo le pigre titolazioni giornalistiche lo possono definire pacifista. Una madre ha il diritto di continuare ad agitare le bandiere di una vita, e di non curarsi della sorte degli assassini di suo figlio, per esigere giustizia o dispensare perdono: è il suo modo, legittimo, di tenere in vita il figlio.

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Meno legittimo, e con meno diritto, tanta parte del coro. Un coro ferito, e ossessionato dal riaffermare se stesso, a costo di essere arroganti, davanti alla realtà (ora e sempre: a chi giovavano le Br? Può un compagno averlo fatto? E l’11 settembre, non sarà autoinflitto?). Mica solo Giulietto Chiesa e i tanti che nei social network evitano con rabbia ogni domanda scomoda a se stessi: persino il presidente della Repubblica ha detto, davanti a una tragedia evidente, che bisognava accertare presto la verità. Come se la verità non stesse tutta e per intero in quello che è successo.

[...]

Una vita che merita rispetto, quella di Vittorio Arrigoni, con tutta la generosità dei suoi abbagli, dei suoi giudizi frettolosi come slogan, con l’assurdità della sua morte disumana e traditrice, dopo una vita spesa a rivendicare l’umanità delle sue scelte. Meno rispetto per il coro conformista e continuista e politicamente corretto. Ma il segno della croce, in mancanza d’altro, uno lo fa quando passa il feretro, il corteo funebre vive la vita che gli pare.

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