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31 October 2011

C'est plus facile ?

"Licenziamenti facili” è l’espressione sintetica e allo stesso tempo terrorizzante utilizzata per aizzare l’opinione pubblica contro un’annunciata riforma del mercato del lavoro. L’espressione, smaccatamente falsa e grettamente conservatrice, fa parte del solito armamentario retorico catastrofista: quello per cui le Borse non “scendono” ma “crollano” sempre, per cui una razionalizzazione della spesa pubblica da record diventa più cupamente “austerity”, e le norme per rafforzare la contrattazione aziendale si trasformano in regole per “trasferire i dipendenti scomodi” (come da titolo della Stampa dopo l’approvazione dell’articolo 8 della manovra), e tutto insomma concorre a fare “macelleria sociale”.

Ma che sia falsa la storia del “licenziamento facile”, brandita in piazza dalla Cgil, è evidente: nella lettera di impegni inviata dal governo ai leader dell’Ue si annuncia “una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato” per le aziende in crisi. Non è una proposta da marziani, in un paese che secondo l’Ocse ha un tasso di “protezione” dei lavoratori più alto della media, e addirittura inusitato per le grandi imprese (quelle in cui vale l’articolo 18). La polemica anti riforma è poi conservatrice di uno status quo che tutti, da Bankitalia agli economisti più liberal, non mancano di definire disastroso. Senza flessibilità in uscita, infatti, le imprese hanno ovviato alle rigidità aumentando il turnover di lavoratori a tempo determinato. Risultato: il divario tra ipergarantiti (perlopiù anziani) e iperflessibili (giovani) è enorme. Garantire più mobilità sociale è oggi l’unico modo per fare fiducia alle forze vitali del paese e creare ricchezza.

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